Arrivato nel pieno di una vertiginosa ascesa mediatica, Anche gli eroi muoiono rappresenta per Kid Yugi il banco di prova definitivo. Non è un semplice seguito, ma un tentativo consapevole di alzare l’asticella, trasformando l’hype in un’identità artistica solida e strutturata. Qui Yugi non si limita a rappare: prova a tracciare i confini di un mondo immaginifico più vasto, ambizioso e meno frammentato rispetto al passato.
Il salto di qualità è evidente soprattutto nell’impianto narrativo. L’album si presenta come un corpo unico, cupo e stratificato, quasi con il respiro di un romanzo noir. All’interno di una cornice sonora prettamente hardcore — densa e a tratti volutamente sporca — spiccano episodi di scrittura superiore come Tristano e Isotta, Per il sangue versato e Davide e Golia. In questi brani, il rapper dimostra un controllo tecnico invidiabile: le rime si incastrano con naturalezza senza mai soffocare la narrazione, mentre il flow si adatta con elasticità a metriche complesse e variazioni di ritmo ragionate.
Il brano che più convince: Per il sangue versato
Il punto più alto del disco è probabilmente Per il sangue versato. È un esercizio di equilibrio magistrale in cui la tecnica è al totale servizio del messaggio. Senza scadere in facili eccessi interpretativi, Yugi mantiene una tensione costante; il beat respira insieme alle parole e il ritornello diventa un’estensione naturale della strofa, anziché un’interruzione. È la dimostrazione che il rap italiano può ancora essere profondamente descrittivo e d’impatto senza ricorrere a espedienti banali.
La nota da rivedere: Chuck Norris
Tuttavia, proprio questa eccellenza mette in luce le zone d’ombra del progetto. Quando la struttura si fa più convenzionale, l’incantesimo si incrina leggermente. Brani come Push It (con Anna) o Chuck Norris sembrano rispondere a logiche più standardizzate, con hook meno ricercati e un’architettura strofa-ritornello che sa di già visto. In particolare, il featuring in Chuck Norris con Nerissima Serpe e Papa V, pur sprigionando energia, finisce per disperdere la compattezza stilistica del brano, specialmente nella chiusura in dialetto che risulta un po’ slegata dal resto.
Anche in pezzi come Eroina e Amelie, Yugi sembra giocare in difesa: le melodie funzionano, ma la ricerca lessicale e gli incastri metrici si fanno meno audaci, offrendo immagini meno vivide rispetto alla profondità quasi mitologica di Tristano e Isotta.
Il nostro voto: 77/100
Sul fronte dei contenuti, l’album preferisce l’evocazione storica e simbolica alla cronaca spicciola. L’uso di figure come Craxi o Andreotti serve a dare solennità al racconto, lasciando l’attualità più stretta sullo sfondo. È una scelta precisa, giustificata dall’artista con la volontà di non dare giudizi affrettati su un presente ancora in mutamento (citando il caso Gheddafi). Il risultato è un disco che punta all’atemporalità, pur rischiando talvolta di apparire distante dal “qui e ora”.
In definitiva, pur non essendo forse il suo lavoro più fluido, Anche gli eroi muoiono consegna un Kid Yugi tecnicamente maturo e consapevole dei propri mezzi. La strada è tracciata: la sua prossima sfida sarà quella di eliminare ogni passaggio superfluo per raggiungere una sintesi perfetta.
Perché potresti amarlo:
Per la qualità della scrittura: incastri metrici complessi ma leggibili, gestione consapevole delle pause, lessico ricercato senza risultare artificioso. Per la coerenza sonora: produzione cupa e compatta che sostiene l’identità del progetto. E per alcuni brani in cui testo, beat e interpretazione raggiungono un equilibrio raro nel rap italiano contemporaneo.
Perché potrebbe non convincerti:
Per una certa disomogeneità strutturale tra i brani: alcune tracce adottano schemi più convenzionali e hook meno incisivi, abbassando la tensione complessiva. Perché la densità lessicale e simbolica, se non sempre bilanciata da variazioni melodiche marcate, può risultare pesante all’ascolto continuativo. E perché, a livello di tracklist, l’editing avrebbe potuto essere più rigoroso, eliminando o asciugando brani meno centrali.
@Marco Zoccali